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Gorbaciof

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Gorbaciof è secondo me un film interessante nonostante abbia una storia non è del tutto originale. Marino Pacileo, detto Gorbaciof a causa della voglia che ha sulla fronte, è un uomo che vive una vita normale, semplice. Di giorno lavora contando soldi, mentre di sera ha il vizio di giocare a poker nel retrobottega di un locale cinese. La sua vita cambia sostanzialmente quando conosce la giovane figlia del proprietario del locale.

Tra Gorbaciof e Lila nasce qualcosa e l’uomo decide di salvare la figlia dalle grinfie del padre, sempre più indebitato a causa del poker. Gobaciof si ritroverà a rubare dalle casse del carcere, con il solo scopo di scappare da questa brutta situazione con Lila.

Ma purtroppo non sempre le cose vanno come vorremmo.

La sceneggiatura è interessante, ridotta all’osso, pochi dialoghi in napoletano. Il film è giocato molto sui silenzi, sull’interazione a gesti, specialmente tra chi, come Lila e Gorbaciof parlano due lingue diverse, ma riescono a comprendersi lo stesso.

L’ambientazione invece ci mostra uno squarcio della città un po’ insolita, quella parte un po’ in ombra, una città multietnica che non siamo abituati a vedere. 

Magistrale l’interpretazione di Toni Servillo che da solo regge quasi tutto il film, buona la regia di Stefano Incerti.

 

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7

Tutto cominciò dalla fine

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Jean e Gabrielle si incontrano un’estate a Parigi. 

L’uomo si trova in un caffè, dove osserva Gabrielle seduta ad un altro tavolino dello stesso bar. Lei sta mangiando un limone con tutta la buccia.

Un giorno Jean,  incuriosito ed attratto dalla donna, si presenta al tavolino dove è seduta Gabrielle con una cassetta piena di limoni. Questo insolito approccio, getta le basi per  l’inizio o per la fine di una situazione in cui Jean  e Gabrielle  perdono completamente il controllo e la logicità. 

Jean e Gabrielle inizieranno una relazione fuori dagli schemi, folle, insolita e pericolosa, piena di tira e molla al limite dell’umana comprensione. Idillio, tormento, passione e pazzia sono gli ingredienti principali che se da un lato uniscono la coppia dall’altro la dividono.

Prima insieme, poi separati e forse di nuovo insieme. Lo spettatore faticherà a decidere quale tra i due personaggi sarà quello più pazzo, se Gabrielle con le sue stranezze o Jean nell’assecondarle.

Il film è concentrato completamente sui due personaggi, su questo folle amore fatto di passione e tormentato; inizia e finisce con loro, tutti gli altri personaggi sono esclusivamente di contorno. 

Ma forse non è così quando perdi la testa per qualcuno? 

Il mondo non perde significato e sparisce completamente?

La sceneggiatura ricorda molto una Pièce teatrale e descrive benissimo, sia nei dialoghi, sia nelle pause, due persone travagliate che compiono qualunque tipo di pazzia, principalmente perché spaventate dalla forza di ciò che li lega e dagli errori commessi in passato.

Mi sono piaciuti i due attori, l’approfondimento psicologico dei personaggi, delineato durante la narrazione. Mi è piaciuta la regia ed il montaggio, che intreccia il presente a flashback del passato.

Da vedere sicuramente, ma al momento giusto, è un film in cui bisogna leggere anche ‘tra le righe’ e da accettare così com’è. 

 


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7

C'era una volta in Anatolia

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C’era una volta in Anatolia è un film che difficilmente riesci a schematizzare e collocare in una genere particolare o prestabilito. E’ un film “on the road” in cui un gruppo di persone molto eterogeneo va alla ricerca di un cadavere per una nottata intera, lungo i sentieri bui dell’Anatolia.

Seguiamo tre auto in cui viaggiano un assassino con il suo complice, un commissario, un magistrato, un medico e alcuni agenti di polizia, tutti alla ricerca del punto in cui è stato seppellito un cadavere.

Il buio, la vastità del territorio, il somigliarsi della lunga strada porteranno questa carovana di auto in giro per molte ore, molte di più di quelle che avevano previsto alla partenza. 

La fontana e l’albero, punti di riferimento nei cui pressi l’assassino ha seppellito la vittima non sono facilmente individuabili, in questa vasta landa desolata ci sono spesso fontane e alberi posizionati in modo simile.

Il gruppo sarà costretto a viaggiare, fermarsi e ripartire, fare una pausa in un piccolo villaggio durante la notte, riprendere la ricerca il mattino seguente. Troveranno poi ciò che cercavano, ma dovranno, in modo arrangiato, caricare il cadavere in una delle auto prima di ritornare in città.

Da questo punto in poi seguiremo il medico, che farà riconoscere il corpo alla moglie della vittima  prima di eseguire l’autopsia.

La parte di ricerca è molto lunga, buia ed estenuante. Man mano che il tempo passa, gli animi dei viaggiatori cambiano umore, il film rende perfettamente ciò che stanno provando, dall’insofferenza alla noia, al sentirsi presi in giro, come se l’assassino gli stesse facendo perdere tempo, ma sarà palese anche il senso di stordimento dell’uomo che ha commesso l’omicidio, come se non fosse pienamente in se, come se fosse confuso e traumatizzato dagli eventi. 

Ciò che salta agli occhi, oltre a questo viaggio lungo della spedizione, è quel senso quasi di claustrofobia per lo stare rinchiusi forzatamente in quelle auto a girovagare per ore ed ore, fa quasi mancare l’aria.

Le scene di notte sono volutamente buie, dove la sola fonte di illuminazione è quella dei fari delle auto. Tutta la nottata si svolge per lo più al buio, tranne per nella parte in cui si fanno ospitare dal sindaco di un piccolo villaggio, dove cenano, ma quando hanno quasi concluso il pasto la luce va via e restano di nuovo al buio.

I protagonisti della vicenda, dapprima sembrano dei semplici osservatori, poi man mano che iniziano a delinearsi i personaggi, questi acquistano una posizione di rielevo rispetto allo sfondo su cui si muove la storia. I dialoghi nelle auto, anche se possono sembrare delle stupide conversazioni, servono trasmettere allo spettatore gli usi e i costumi di quelle terre, il retaggio culturale dell’Anatolia. 

Nessuna scena, neanche quella apparentemente più inutile è lasciata a se stessa o al caso.  Ciò che resta del film alla fine è una buona ed insolita regia, una interessante fotografia, la scelta per lo più di inquadrature larghe che lasciano vedere una scena per intero, come se fosse il punto di vista di un osservatore esterno, mentre la colorazione è  sul giallo. Il film è esteticamente interessante.

Un altro aspetto da tenere in conto è la vastità del territorio, molto isolato, chilometri e chilometri di colline verdi con solo una strada che le attraversa, senza alcuna costruzione, senza nessun punto di appoggio.

I piccoli villaggi, invece, nonostante siano quasi autosufficienti, trasmettono proprio un senso di desolazione, sono molto isolati, abitati da poche anime, per lo più in età avanzata, i giovani si sono trasferiti in centri più grandi.

La sala autopsie, molto rudimentale, ti da l’idea che il paese sia arretrato di alcuni decenni, lontano anni luce da ciò a cui siamo abituati a vedere nei film occidentali.

Il film è interessante, diverso dal solito, un film che si lascia guardare tranquillamente e che incuriosisce lo spettatore, nonostante la sua lunga durata. Un film da guardare se si ha voglia di qualcosa di non comune e non particolarmente veloce come narrazione.

 

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8

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